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Newsletter n. 3 - Luglio 2018

Novità legislative

CONCORRENZA E ANTITRUST

Prevenzione agli illeciti antitrust: AGCM pubblica la bozza di Linee
Il 23 aprile l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha reso pubblica la Bozza delle Linee Guida in materia di compliance antitrust. Seguendo le indicazioni dalle precedenti Linee Guida del 2014, che facevano rientrare “l’adozione e il rispetto di uno specifico programma di compliance” fra le circostanze attenuanti in sede di calcolo della sanzione antitrust, Il documento-schema vuole fornire alle imprese concrete indicazioni sugli strumenti operativi utili a prevenire gli illeciti anticoncorrenziali. Tra questi: destinazione di risorse sufficienti, analisi dei rischi, attività di formazione e aggiornamento periodico del personale, definizione dei processi di gestione, sistema di incentivi, monitoraggio e valutazione dell’efficacia. Inoltre, vengono illustrate le modalità di presentazione e il contenuto della richiesta di valutazione del programma, ai fini del riconoscimento dell’eventuale attenuante. Qui il documento.

DIRITTO DEL LAVORO

Dal 1° luglio 2018 è vietato pagare le retribuzioni in contanti
Come previsto dall’art. 1, c. 910 – 914 della L. 205/2017 (Legge di Bilancio 2018), a far data dal 1° luglio 2018 scatta il divieto per i datori di lavoro e per i committenti di corrispondere le retribuzioni e le relative anticipazioni a mezzo contanti: i pagamenti possono essere effettuati esclusivamente tramite bonifico, strumenti elettronici, versamento in contanti allo sportello bancario o postale, assegno.
Il divieto opera per qualunque tipologia di rapporto di lavoro subordinato, nonché per le collaborazioni coordinate e continuative e per i rapporti sociali instaurati dalle cooperative; non si applica invece alle PP.AA. ed ai rapporti di lavoro rientranti nell’ambito di applicazione dei contratti collettivi nazionali per gli addetti ai servizi familiari e domestici stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.
La ratio della norma è chiaramente quella di tutelare il diritto dei lavoratori alla giusta retribuzione: a tale scopo la norma dispone espressamente che la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione.
L’inosservanza del divieto comporta per il datore di lavoro o committente l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria di importo variabile fra € 1.000,00 e € 5.000,00.

Novità giurisprudenziali

DIRITTO AMBIENTALE

Può essere disposto il sequestro di un’opera edilizia abusiva in zona vincolata quando i lavori sono già stati ultimati?
Con sentenza n. 26272 depositata lo scorso 8 giugno 2018 la Corte di Cassazione, pronunciandosi sui presupposti del sequestro preventivo in materia di reati edilizi e paesaggistici, ha ritenuto illegittimo il sequestro di un’opera edilizia realizzata in assenza di permesso di costruire e senza autorizzazione paesaggistica in area sottoposta a vincolo, ritenendo che, una volta ultimati i lavori, venga meno il pericolo che la libera disponibilità del bene possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato (c.d. periculum in mora).
In tema di reati edilizi e paesaggistici la Suprema Corte in passato aveva invece più volte ritenuto che, ai fini della legittimità del provvedimento di sequestro, fosse sufficiente la sola esistenza di una struttura abusiva in area vincolata, indipendentemente dall’essere o no l’edificazione ancora in corso, sul presupposto che anche l’opera ultimata continuerebbe a ledere il bene giuridico della tutela dell’assetto del territorio.
Questo tradizionale orientamento è stato rivisto dalla più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, che ha distinto tra le ipotesi di edificazione in corso (ove il sequestro ferma la prosecuzione dei lavori e impedisce effettivamente l’aggravamento delle conseguenze del reato) dalle ipotesi in cui i lavori sono giunti a compimento.
In questo secondo caso il periculum in mora non può essere desunto solo dall’esistenza ed entità delle opere ultimate, essendo invece necessario dimostrare che l’effettiva disponibilità materiale o giuridica delle stesse, da parte del soggetto indagato o di terzi, possa ulteriormente pregiudicare il bene protetto dal vincolo, sulla base di un puntuale accertamento da parte del Giudice.
Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione esclude ancora una volta ogni automatismo tra la presenza ed il semplice utilizzo di un manufatto abusivo ultimato in zona vincolata e l’attuale compromissione degli interessi ambientali e paesaggistici tutelati dal vincolo. (Corte di Cassazione, 8.06.2018, n. 26272).

DIRITTO AMMINISTRATIVO

Ambientale e Appalti: Raccolta e spazzamento di rifiuti non vanno suddivisi in lotti
In un contenzioso riguardante la messa a gara dei servizi di gestione di rifiuti urbani, il Consiglio di Stato ha respinto la censura fondata sulla mancata suddivisione in lotti differenti fra il servizio di raccolta di rifiuti e quello di spazzamento delle strade.
I giudici di Palazzo Spada hanno infatti sottolineato come, per i rifiuti, valga il concetto di ciclo integrato, in base al quale il servizio deve essere caratterizzato da unitarietà gestionale sul piano sia funzione sia territoriale (art. 183 d.lgs. n. 152 del 2006).
A detta del Collegio, la necessità di concentrare tutte le operazioni di igiene ambientale in un unico soggetto deriva dalla natura stessa del servizio, per il quale è evidente l’opportunità economica ed operativa di non demandare le diverse attività (raccolta e spazzamento) a più soggetti distinti, come tali non difficilmente coordinabili tra loro e non unitariamente responsabili verso l’ente (Consiglio di Stato, 3.04.2018, n. 20549).
Società partecipate: quando l’attività sociale costituisce servizio di interesse generale?
Il TAR Veneto, con sentenza n. 426/2018, ha fornito rilevanti indicazioni in materia di società a partecipazione pubblica, in particolare:
• escludendo che una partecipazione “pulviscolare” dell’ente locale in seno ad una società a partecipazione pubblica possa automaticamente garantire le condizioni per l’accesso al mercato dei servizi d’interesse generale, e la correlata possibilità per lo stesso ente di mantenere o dismettere le proprie quote;
• sottolineando come la sussistenza del rapporto di strumentalità fra l’ente societario e i fini di interesse pubblico devoluti all’amministrazione partecipante non dipenda dal solo oggetto sociale ma, richiamandosi agli indici che connotano il controllo analogo, anche dall’effettiva possibilità per l’ente di governare l’attività della società partecipata verso le dette finalità pubbliche.

DIRITTO BANCARIO

Fideiussione e violazione della Legge antitrust: validità della fideiussione anche in ipotesi di nullità delle clausole 2,6,8 dello schema ABI. Principio di conservazione del negozio giuridico
Con sentenza del 19.06.2018 il Tribunale di Treviso ha ritenuto di rigettare, seppur in via incidentale, l’eccezione di nullità della fideiussione per violazione della Legge “antitrust” n. 287 del 1990 nell’ambito di un procedimento di revocatoria ordinaria.
Il Giudice ha rilevato infatti che, in assenza “di allegazioni fattuali tali da far ritenere che le fideiussioni stipulate in data antecedente all’accertamento della Banca d’Italia del 2005 sull’illiceità dello schema contrattuale predisposto dall’ABI, siano state poste in essere dalla Banca in esecuzione - in via uniforme - di una intesa collusiva volta a realizzare “a monte” una restrizione della libertà di concorrenza” lesiva per il garante, le clausole contrattuali aventi contenuto analogo a quello di cui agli artt. 2, 6, 8 dello schema ABI sono pienamente valide ed efficaci.
Sostiene inoltre il Giudice Trevigiano che, anche laddove si ritenessero invalide tali clausole, per il principio di conservazione del negozio giuridico dettato dall’ art. 1419 c.c., in assenza di prova del fatto che i fideiussori non avrebbero concluso il contratto senza dette clausole, la nullità delle stesse non si può estendere all’intero contratto.
Questa pronuncia del Tribunale di Treviso è particolarmente significativa in quanto risulta essere uno dei primi provvedimenti giurisprudenziali in tema di nullità delle fideiussioni per violazione della Legge antitrust, successivo alla recente ordinanza n. 29810 del 12.12.2017 della Corte di Cassazione, che ha dato nuova linfa alla questione nell’ambito del contenzioso bancario. (Tribunale di Treviso, 19.06.2018, sentenza n. 1293)

DIRITTO DEI CONTRATTI

Il peso del silenzio nella negoziazione contrattuale
Con la sentenza indicata, la Corte di Cassazione ha chiarito come il silenzio o la reticenzadi uno dei due contraenti nella fase della negoziazione di un contratto configura il dolo omissivo che rende annullabile il contratto soltanto qualora l'inerzia o il silenzio di uno dei contraenti si inserisce in un comportamento preordinato, con malizia ed astuzia, ad ingannare la controparte.
Se invece il silenzio afferiva a circostanze che, seppur di interesse per la controparte, erano comunque da questa conoscibili, non si può configurare un comportamento contrario alla buona fede idoneo a invalidare il contratto (Corte di Cassazione, 08.05.2018, n.11009).

DIRITTO DEL LAVORO

Nullo il licenziamento comunicato prima del superamento del periodo di comporto
le Sezioni unite della Corte di Cassazione sono intervenute a comporre il contrasto giurisprudenziale insorto in ordine alle conseguenze del licenziamento comunicato al lavoratore in data anteriore all’effettiva scadenza del termine di comporto fissato dalla contrattazione collettiva.
Secondo le Ss. Uu. il licenziamento, sia nel caso in cui sia stato consapevolmente comunicato prima dell’esaurirsi del comporto, ovvero per eccessiva morbilità, sia nel caso in cui il datore di lavoro abbia errato nel calcolare i relativi termini, non è soltanto inefficace fino all’effettivo superamento del periodo di comporto, ma è da ritenersi nullo per violazione della norma imperativa di cui all’art. 2110, c. 2, c.c., a tutela del prioritario diritto alla salute del lavoratore.
Ne consegue l’applicazione del regime reintegratorio “pieno” previsto per i casi di nullità (ovvero la tutela di diritto comune in caso di piccole imprese), salvo si tratti di licenziamenti disciplinati dalla c.d. “legge Fornero”, che sanziona la violazione dell’art. 2110, c. 2, c.c., con l’applicazione della tutela reintegratoria attenuata, e ferma in ogni caso la possibilità per il datore di lavoro di rinnovare tempestivamente il licenziamento una volta che le assenze del lavoratore abbiano effettivamente superato il termine massimo di conservazione del posto. (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 22.05.2018, n. 12568)

Vincolante, anche se non obbligatoria, l’indicazione delle assenze valorizzate per il calcolo del comporto.
Secondo la Sentenza n. 15095 dell’11 giugno 2018 della Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, il licenziamento intimato per superamento del periodo di comporto è illegittimo nel caso in cui il datore di lavoro abbia erroneamente indicato nella lettera di licenziamento una data anteriore a quella di effettiva scadenza del termine di conservazione del posto.
Invero, secondo la Corte di Cassazione, in mancanza di un’esplicita richiesta del lavoratore, il datore di lavoro non è tenuto ad indicare analiticamente, nella lettera di licenziamento, le giornate di assenza che hanno, a suo avviso, determinato il superamento del periodo di comporto; tuttavia, se vi provvede, resta vincolato a quanto dichiarato e gli è preclusa ogni possibilità di dedurre, per dimostrare la legittimità del licenziamento, diverse ed ulteriori assenze per malattia del lavoratore. (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 11.06.2018, n. 15095).

DIRITTO FALLIMENTARE

Mutuo fondiario a copertura parziale di pregresse passività ed ammissione della Banca al passivo del Fallimento
E’ revocabile ai sensi dell'art. 67, comma 1, n. 2) l. fall., e in ogni caso ex art. 67 comma 2 l.fall., la rimessa conseguente alla concessione di un mutuo garantito da ipoteca destinata a ripianare uno scoperto di conto, laddove il mutuo ipotecario e il successivo impiego di una somma siano inquadrabili in un'operazione unitaria posta in essere in funzione dell'azzeramento della persistente esposizione debitoria del mutuatario. Ne consegue che il curatore, ricorrendone i presupposti, può impugnare l'intera operazione e farne dichiarare l'inefficacia, in quanto diretta, per un verso ad estinguere con mezzi anormali le precedenti obbligazioni gravanti sul beneficiario delle somme mutuate, per altro verso, a costituire una garanzia per debiti preesistenti, dovendosi riconoscere l'utilità della banca non nella contrazione del mutuo fondiario in sé ma nel suo impiego come fattore ristrutturativo di un passivo almeno in parte e consistentemente diverso, essendo tuttavia, il Tribunale tenuto ad accertare, a fronte di specifica deduzione del mutuante, se una parte del finanziamento potesse essere destinata ad una nuova sovvenzione invece che al consolidamento del passivo
Ove una parte del finanziamento ipotecario acquisito si traduce, almeno contabilmente, in una nuova sovvenzione, non diretta al consolidamento di passività, si determina un limite all'istituto della revocabilità del finanziamento per ripianamento delle pregresse passività, con la conseguenza che sussiste il diritto della banca alla ammissione al passivo del Fallimento almeno per l'importo della nuova sovvenzione. (Corte di Cassazione, 21.02.2018, n. 1300).
In caso di cessione di un credito nella quale sia previsto che il cessionario possa discrezionalmente agire, alla scadenza del pagamento, sia verso il debitore ceduto sia verso l'originario creditore cedente (senza quindi necessariamente dover prima escutere il ceduto), in caso di successivo fallimento del cedente, l'avvenuta ammissione al passivo del cessionario per il relativo credito e la dichiarazione di esecutività dello stato passivo impediscono al cessionario medesimo di escutere successivamente il ceduto in quanto, altrimenti, si avrebbe una duplicazione della medesima pretesa creditoria. (Corte d'Appello di Firenze, I^ Sez. Civile, 11.06.2018, n. 1300).

DIRITTO INDUSTRIALE

Legittimazione passiva dell’Internet Service Provider e inesistenza di un obbligo generale di sorveglianza. Necessità di specifica segnalazione preventiva da parte del titolare del diritto per l’adozione di inibitoria giudiziale
Sul presupposto della insussistenza a carico degli internet service provider di un obbligo generale di sorveglianza ai sensi degli artt. 16 e 17 del D.Lgs. 70/2003, deve ritenersi proporzionata, rispetto a siffatto divieto, la misura che imponga a quest’ultimi di attivarsi per impedire agli utenti l’accesso a contenuti già accertati come illeciti, in quanto diretti a diffondere presso il pubblico diritti esclusivi di proprietà intellettuale o industriale senza autorizzazione dell’avente diritto.
L’adozione da parte dell’Autorità Giudiziaria di siffatto ordine (anche in via cautelare), per risultare compatibile con il divieto contenuto nelle norme summenzionate, deve per l’appunto essere preceduto da una specifica segnalazione (denuncia) del titolare dei diritti di esclusiva, la quale deve indicare in modo preciso e dettagliato i siti ove si sono verificate o sono in corso le condotte illecite già oggetto di accertamento. (Tribunale di Milano, Sez. Imprese, 20.06.2018 n. 19993).
L’apparente assenza di affinità tra prodotti non esclude a priori la sussistenza di un rapporto di concorrenzialità e il conseguente illecito di concorrenza sleale
In tema di atti di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 c.c., l’offerta sul mercato da parte di due operatori in conflitto, operanti nel medesimo particolare settore commerciale, di prodotti pur non direttamente sostituibili fra loro (e quindi solo “affini”), non esclude a priori la sussistenza di un rapporto di concorrenzialità fra i medesimi.
Secondo orientamento ormai prevalente la valutazione di interferenza deve essere compiuta tenendo conto dei parametri che in sede comunitaria e nazionale si sono ormai consolidati, come la natura dei prodotti, la loro destinazione, il loro impiego, la lorointerscambiabilità e complementarietà, nonché l’origine stessa dei prodotti e la lororete di distribuzione (conforme a Trib. CE 11 luglio 2007 T-443/05 ed alla giurisprudenza nazionale di legittimità - Cass. 4.5.2009 n. 10218 - la quale ribadisce l'orientamento secondo il quale si intendono affini i prodotti che per loro natura, destinazione alla medesima clientela o soddisfazione del medesimo bisogno, risultano fungibili). (Tribunale di Milano, Sez. Imprese, 8.06.2018, n. 19916).

DIRITTO PENALE D'IMPRESA

La Cassazione a Sezione Unite precisa gli elementi costitutivi del reato di omesso versamento di ritenute (commesso prima del 22 ottobre 2015).
la Corte di Cassazione si è pronunciata a Sezione Unite in merito agli elementi costitutivi del reato di omesso versamento di ritenute dovute o certificate di cui all’art. 10 bis del D.Lgs. n. 74/2000, il quale punisce il sostituto d’imposta che non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale le ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti (si pensi ad esempio alle ritenute fiscali operate dal Datore di Lavoro quale sostituto d’imposta sulle retribuzioni dei propri dipendenti).
È stato chiarito che la condotta punita dalla norma in esame non si esaurisce con il mero mancato versamento delle ritenute complessivamente operate dal sostituto d’imposta ed indicate nel Modello 770, per un ammontare superiore ad Euro 150.000,00, ma richiede anche l’ulteriore elemento rappresentato dal rilascio della c.d. Certificazione Unica al sostituito.
Solamente con il rilascio della certificazione delle ritenute si ha l’effetto di liberare il contribuente dall’obbligazione tributaria, vincolando altro soggetto – il sostituto d’imposta - al versamento della somma dovuta all’erario.
Ai fini della prova in giudizio del reato in questione non è sufficiente la semplice allegazione documentale del Modello 770, ovvero la testimonianza resa dal funzionario erariale che deponga sul contenuto delle dichiarazioni annuali, ma è necessario che l’accusa fornisca evidenza dell’effettivo rilascio delle certificazioni ai sostituiti (nell’esempio, ai dipendenti) da parte del sostituto d’imposta (Datore di Lavoro).
Il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte di Cassazione riguarda la versione dell’art. 10 bis del D.Lgs. n. 74/2000 antecedente alla riforma introdotta con l’art. 7 del D.Lgs. n. 158/2015, la quale alla condotta di omesso versamento di ritenute risultanti dalla c.d. Certificazione Unica rilasciata ai sostituiti ha aggiunto la diversa ipotesi di omesso versamento di ritenute risultanti come dovute sulla base della dichiarazione annuale di sostituto d’imposta.
La Corte ha chiarito che la modifica normativa costituisce una nuova incriminazione e che pertanto non è suscettibile di applicazione retroattiva in ossequio all’art. 25 Cost., potendo incidere solamente sulle condotte poste in essere dopo la sua entrata in vigore, intervenuta il 22 ottobre 2015. (Corte di Cassazione, SS.UU., 1.06.2018, n. 24782)

DIRITTO SOCIETARIO

Finanziamenti dei soci di s.p.a.: sì alla postergazione
La Cassazione ribadisce il suo orientamento in materia di estensione alle s.p.a. dell’ambito di applicazione della regola, stabilita dall’art. 2467 C.C. espressamente per le sole s.r.l., sulla postergazione dei finanziamenti eseguiti dai soci in una situazione di crisi.
Nel richiamare il proprio precedente (Cassazione, 7 luglio 2015, n. 14056) la Cassazione stabilisce che la regola di cui all'art. 2467 C.C. è applicabile alla società per azioni ogniqualvolta la società sia organizzata in modo tale da consentire al socio di ottenere informazioni paragonabili a quelle di cui potrebbe disporre il socio di una società a responsabilità limitata ai sensi dell'art. 2476 C.C., in modo che egli sia in grado di riconoscere l’esistenza di una situazione di eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto: è questa infatti la situazione che è posta a fondamento della regola della postergazione delle ragioni del socio finanziatore rispetto a quelle dei creditori sociali. (Corte di Cassazione, 20.06.2018, n. 16291).
Divieto di concorrenza del socio: in statuto solo all’unanimità
In un recente Lodo arbitrale reso nell’ambito di un procedimento seguito dallo studio, l’Arbitro Unico si è pronunciato in relazione ad una clausola di uno statuto di s.r.l. che prevedeva l’esclusione del socio in caso di svolgimento di attività in concorrenza con la società.
L’Arbitro Unico ha enunciato i seguenti importanti principi che attengono al rapporto tra soci e società: 1) in assenza di un divieto statutario, è lecita l’attività svolta dal socio, seppur in concorrenza con quella della società, quale esplicazione della libertà di iniziativa economica del socio stesso; 2) a fronte dello svolgimento di tale attività da parte del socio, non è consentito alla maggioranza di introdurre una clausola di esclusione che “sanzioni” con l’esclusione il socio.
Pertanto, in tale situazione una clausola di esclusione può essere introdotta solo all’unanimità, in quanto si tratta di una limitazione alla libertà di iniziativa economica del socio, che richiede il suo consenso. (Lodo arbitrale – Arbitro Unico, 27.04.2018).

Unione Europea

DIRITTO INDUSTRIALE

Il colore apposto su un prodotto equivale a un marchio di forma non registrabile?
Ai sensi della direttiva 2008/95, non può essere registrato un marchio costituito dalla forma imposta dalla natura stessa di un prodotto.
È stata quindi posta all’attenzione della Corte la questione se un colore, quale quello apposto sulla suola della scarpa Louboutin, costituisse anch’esso un marchio di “forma” non registrabile.
La recente sentenza della Corte di Giustizia specifica tuttavia che nel caso in cui il colore sia posizionato in un punto preciso del prodotto, sì da caratterizzarlo e distinguerlo dagli altri prodotti, quel segno non è costituito esclusivamente dalla “forma”, risultando il relativo marchio valido e registrabile. (sentenza Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 12 giugno 2018, causa C-163/16).

DIRITTO DEI CONTRATTI

Il Regolamento (CE) n. 469/2009 in tema di esportazione in paesi terzi di versioni generiche o biosimilari di un medicinale protetto da CPC è stato oggetto di una recente proposta di modifica: cosa potrebbe cambiare?
Attualmente, la normativa UE consente al titolare di un CPC (“certificato di protezione complementare” che può aggiungersi alla tutela offerta ai farmaci innovativi dal brevetto) di opporsi, fino alla sua scadenza, alla produzione e allo stoccaggio di prodotti generici o biosimilari da parte di terze imprese, anche se destinati a mercati extra UE in cui la tutela brevettuale non esiste.
La recente proposta della Commissione vorrebbe introdurre la c.d. "manufacturing waiver", che derogherebbe a tale regime consentendo alle imprese con sede nell'UE di produrre una versione generica o biosimilare di un medicinale protetto da un CPC esclusivamente ai fini della sua esportazione sul mercato di un paese terzo in cui la protezione è scaduta o non è mai esistita.
La proposta dovrà ora essere ora discussa e approvata sia dal Parlamento Europeo che dal Consiglio e le consultazioni interne sono già state avviate da parte di alcuni governi nazionali.

Focus

DIRITTO DEL LAVORO

Decreto “Dignità”: Tanto tuonò che piovve … (poco, però)
Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n. 87 del 2018, il cosiddetto “Decreto Dignità”.
Con l'intento di sfavorire i fenomeni di precarizzazione nel mercato del lavoro, il Legislatore è intervenuto su più fronti, tra le altre cose, restringendo le possibilità di utilizzo dei contratti a termine, rendendo più costoso il ricorso a forme di contrattazione non a tempo indeterminato, nonché aumentando dell’indennizzo spettante ai licenziamenti per lavoratori assunti con contratto "Jobs Act".
Nel commento dell'avvocato e socio MDA Andrea Bortoluzzi un'analisi delle principali novità e alcune valutazioni sul reale impatto che il decreto avrà sul mercato del lavoro.

DIRITTO DEL LAVORO

Quando è legittimo il ricorso ad investigatori privati per il controllo dei dipendenti?
Nella Newsletter n. 2 il tema era già stato affrontato segnalando un recente pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione che, sostanzialmente, ribadiva la legittimità dell’utilizzo di investigatori privati – e, quindi, dell’allegazione in giudizio della relativa relazione – ogniqualvolta il controllo non fosse diretto a verificare le modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa, bensì eventuali atti illeciti del lavoratore dei quali il datore di lavoro anche solo un sospetto di esecuzione.
Una recentissima ordinanza della Suprema Corte ci obbliga invece a maggior rigore, dicendo esplicitamente che il mero inadempimento dell’obbligazione contrattuale di lavoro come oggetto d’indagine – qualora non sia volto ad accertare un diverso ed ulteriore specifico illecito del dipendente – non è valido e sufficiente a legittimare l’incarico all’agenzia investigativa. Qui tutti i dettagli.

DIRITTO INDUSTRIALE

Le ultime novità in tema di protezione di know-how e di segreti aziendali: approvati i decreti attuativi della Direttiva UE n. 943/2016
Il Consiglio dei Ministri ha approvato definitivamente il Decreto Legislativo che dà attuazione alla delega contenuta nell’articolo 15 della legge n. 163/2017 (c.d. Legge di delegazione europea 2016-2017) la quale detta i principi e i criteri direttivi per l’attuazione della Direttiva UE 2016/943 del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’8.06.2016, relativa alla protezione del know-how e delle informazioni commerciali riservate (rinominate “segreti commerciali”) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti.
Il decreto attuativo – oltre ad introdurre la nuova nozione di “segreti commerciali” in sostituzione del precedente termine “informazioni aziendali riservate” utilizzato nella rubrica della Sezione VII nel vigente Codice della proprietà industriale – prevedemisure sanzionatorie penali e amministrative più forti ed efficaci, proporzionate e dissuasive in caso di acquisizione, utilizzo o divulgazione illecita di tali informazioni.
Qui un'analisi approfondita delle novità.

DIRITTO SOCIETARIO

La riforma 4.0 delle piccole medie imprese S.r.l.
Il Decreto Legge del 24 aprile 2017, n. 50 ha stabilito l’estensione di buona parte delle innovazioni legislative, originariamente previste per le PMI innovative, in favore di tutte le piccole e medie imprese costituite in forma di società a responsabilità limitata.
Tale riforma è estremamente significativa in quanto determina delle modifiche a cascata su molteplici principi di diritto societario previsti in materia di S.r.l., trasformando questo tipo societario estremamente diffuso in una sorta di piccola società per azioni. Qui le principali innovazioni della riforma.